mercoledì 30 settembre 2009

A proposito di porosità



La qualità rarefatta. Considerazioni sull'influenza del vuoto nella costruzione dell'architettura.
by Pietro Zennaro


sara_a

sabato 26 settembre 2009

Buiding the city : the aA

Il giorno 17/set/09, alle ore 01:45, ilaria sferrella ha scritto:

cari colleghi, tutors e prof

dopo un'animata ma proficua discussione con un sociologo
si può così riassumere la critica che ci è mossa.

dato il nostro campo di ricerca
(soprattutto per chi di noi lavora nella città pubblica, ma non solo)
ritengo sia interessante poter riflettere su quanto segue:

se non si coinvolgono gli Scienziati Sociali nell'edilizia sostenibile si avrà sempre un risultato mediocre...
non per incompetenza del progettista di dialogare con le persone,
ma per il semplice fatto che il progettista, nel rilevare la scala dei bisogni umani, essenzialmente

1 ritiene lo spazio razionalmente divisibile e configurabile,
mentre lo spazio è una condizione esistenziale
,
che si dà solo in quanto viene esperita:
uno spazio non tanto ordinato ma differenziato al proprio interno e rispetto agli spazi esterni;

2 la progettazione dello spazio per standard quali cubature, aerazioni, affacci, datazioni...
elimina dal progetto il tempo reale, per sostituirlo con un tempo astratto, parcellizzato,
un elenco di azioni irrelate, a ciascuna delle quali si fa corrispondere un tempo presunto, fissato una volta per tutte,
perchè ritenuto ottimale.

Questa tendenza a far coincidere in modo puntuale e univoco un tempo, uno spazio e un'azione
distrugge tutta la polivalenza dell'agire umano.
In verità per i soggetti umani l'acquisizione della coscienza dei propri bisogni
avviene nel quadro di un esperienza del mondo relazionale e non soltanto funzionale.


Per chi volesse approfondire queste sono parole sintetizzate di Amalia Signorelli,
considerata la più grande antropologa italiana vivente che, anche per noi, ha scritto 'antropologia urbana' edito da Guerini e associati per Feltrinelli

magari la prossima volta possiamo discuterne insieme!

ìlaria

[bozza 01]

@ Matrice concettuale… tempo, spazio…

@ Genius loci\stabilitas loci

@ Dimensione Etica e Struttura Disciplinare …

@ Multidisciplinarietà….

@ Equivoco architetto et progettista…

@ Capacità di abitare…

@ ………whip!……………………..

aAn

Il progettista non è incompetente nel dialogo con le persone [dialogo finalizzato alla rilevazione della scala dei bisogni…] risulta piuttosto inadeguato nella sua intima struttura disciplinare dal momento che “ritiene lo spazio razionalmente divisibile e configurabile” denunciando peraltro la “tendenza a far coincidere in modo puntuale e univoco un tempo, uno spazio e un'azione […] ”….

lo spazio è potenzialmente divisibile e configurabile in modo razionale ma l’architetto autentico (aA) giammai si consegna in termini assoluti a questa ratio egli tende piuttosto, al di là del proprio idioma, a fondere la vita delle forme con la vita degli uomini. L’architetto focalizza lo sguardo ed incentra l’esercizio della propria progettualità nel riconoscimento e nel rispetto di quel genius loci così meravigliosamente descritto da Christian Norberg Schultz. L’aA è un uomo affascinante : è in grado di esplorare il mondo all’interno e all’esterno della sua fisicità; i suoi disegni cercano un drammatico equilibrio tra la lectio miesiana e quella di Hannes Meyer.

L’aA è un poeta perché la sua opera mette in atto la verità , i suoi fans estremi lo considerano pure Artefice : un aAA, una figura apparentemente mitologica in realtà raffinatamente umana .

L’architettura come arte di frontiera. Già a partire dagli anni trenta il filosofo Martin Heidegger tenta un superamento della dominante ontologia metafisica con l’introduzione della temporalità: l’esistenza umana, l’Esserci, è costitutivamente progetto, non può semplicemente essere spiegata facendo ricorso agli enti-oggetto, che il pensiero moderno identifica con gli oggetti misurati e la cui misurabilità è garantita dalla scienza e dalla tecnica. Nasce la fenomenologia: facciamo esperienza delle cose, [i filosofi dicono “le cose vengono a noi”], non in modo stabile ed immutabile come accade nella scienza che richiede per sua natura condizioni di ripetibilità e di cumulatività, ma entro un orizzonte, una luce che ha il carattere dell’evento. Questa luce, questo orizzonte è la verità. La verità insomma non è una verificabile conformità della proposizione al dato ma una apertura di volta in volta differente dell’Esserci come progetto. Norberg Schultz medium di Heidegger e in verità pure di John Dewey ha insegnato all’aA che questa luce questo orizzonte è propriamente, in architettura, l’essenza del luogo, ”.. la Stimmung o atmosfera generale, ossia la qualità essenziale che lega l’uomo al suo luogo e colpisce il visitatore per la qualità prettamente locale…1. Il latino genius loci.

…incantevole la “descrizione” (fra le altre) di Khartoum visitata dallo stesso architetto.

Heidegger afferma l’esistenza di uno spazio misurabile disposto da punti puri (stellen) fra i quali si instaura sempre uno stadion una distanza, delle distanze definite da un intervallo; è uno spatium che nella pura molteplicità tridimensionale diviene extensio e che comunque può per astrazione essere sempre ridotto in relazioni di tipo analitico, questo, ci dice Heidegger, è “lo” spazio”, ma il fondamento dell’essenza non risiede nella universalità della sua misurabilità.

Esiste una potenza delle cose, degli edifici, che sono capaci di dare un posto, di collocare la Quadratura (terra e cielo, divini e mortali); Heidegger distingue “lo spazio dagli spazi : “lo spazio è quello analiticamente inteso, gli spazi sono quelli intesi propriamente come condizione esistenziale ed anche generativa delle cose, gli spazi percorsi ,gli spazi che noi soggiorniamo: le cose originano i luoghi essendo esse stesse luoghi. Lo spazio accordato dai luoghi non è lo spazio algebrico, lo spatium di punti intervallati; lo spazio accordato dai luoghi include pure lo spatium: lo spatium è una possibilità dello spazio accordato dai luoghi ma non ne costituisce il fondamento essenziale.

La produzione delle cose è il costruire, la produzione dei luoghi è il costruire: disposizione non dello spazio analitico ma degli spazi, i soli che “danno posto alla Quadratura”. Dare posto alle cose, che H intende come luoghi e pure chiama “edifici” è dunque altro rispetto alla misura praticabile nello spatium, nello spatium i posti delle cose hanno un carattere di instabilità, nel senso che in ogni momento possono ospitare qualunque altra cosa. Gli uomini, nel ns caso gli architetti, partecipano, a questa originazione dei luoghi se capaci di abitare:

”Solo se abbiamo la capacità di abitare possiamo costruire. Pensiamo per un momento a una casa contadina della Foresta Nera, che due secoli fa un abitare rustico ancora costruiva. Qui , ciò che ha edificato la casa è stata la persistente capacità di fare etrare nelle cose terra e cielo, i divini e i mortali nella loro semplicità (einfältig). Essa ha posto la casa sul versante riparato dal vento, volto a mezzogiorno, tra i prati e nella vicinanza della sorgente. Essa gli ha dato il suo tetto di legno che sporge a grondaia per un largo tratto, inclinato in modo conveniente per reggere il peso della neve, e che scendendo molto in basso protegge le stanze contro le tempeste delle lunghe notti invernali. Essa non ha dimenticato l’angolo del Signore (Hergotttswinkel) dietro la tavola comune, ha fatto posto nelle stanze ai luoghi sacri del letto del parto e dell’ albero dei morti, come si chiama là la bara, prefigurando così alle varie età della vita sotto un unico tetto l’impronta del loro cammino sotto il tetto. Ciò che ha costruito questa dimora è un mestiere che, nato esso stesso dall’abitare, usa ancora dei suoi strumenti e delle sue impalcature come di cose. Solo se abbiamo la capacità di abitare possiamo costruire. Il richiamo alla casa contadina non vuol dire affatto che noi dovremmo e potremmo tornare a costruire case come quella ,ma intende illustrare con l’esempio di un abitare del passato, in che senso esso fosse capace di abitare”.2 Architetto Autentico Artefice Abitante: “aAAA”.

Capacità di abitare come capacità nell’aver cura della Quadratura.

Ora se noi qui riferiamo questa capacità dell’abitare all’attività di progetto, intesa come esercizio del progetto, possiamo tentare una riflessione sulla natura d’azione dell’ architetto. Questa capacità proviene dalla città stessa riguardata come cosa, come luogo che accorda gli spazi e l’uomo stesso; è un fenomeno interno alla città e che la sostanzia. Per Heidegger l’uomo acquisisce, limitatamente alla sua parte, questa capacità nel costruire e pensare portando l’abitare nella pienezza della sua esistenza; a partire da una riflessione sulla propria sradicatezza:

”l’autentica crisi dell’abitare non consiste nella mancanza di abitazioni […] la vera crisi dell’abitare consiste nel fatto che i mortali sono sempre ancora in cerca dell’ essenza dell’abitare, che essi devono anzitutto imparare ad abitare. Non può darsi che la sradicatezza dell’uomo consista nel fatto che l’uomo non riflette ancora per niente sull’autentica crisi dell’abitazione riconoscendola come la crisi ?.” 3

Nel suo bellissimo pamphlet “Progettare ,costruire, curare” Nicola Emery ci ricorda che già nella “Repubblica” di Platone si afferma l’esistenza di “una radianza, una emanazione che viene dalle cose, dai paesaggi architettonici che agiscono in noi, che ci condizionano… l’architettura non riflette soltanto le identità sociali, ma contribuisce attivamente a formarle”.4 L’attività dell’architetto trova dunque un fondamento nell’aver cura di questa intrinseca valenza /essenza pedagogica della città .

Per l’aAn è una condizione di purezza ancorchè etica. Ad un minor tono di astrazione la capacità di abitare Heideggeriana trova un suo probabile parallelo nella Mumfordiana ”capacità di mettersi in ogni campo in contatto con la vita, e di spezzare con un giuoco continuo di azioni e reazioni, la tendenza a lasciar cristallizzare tutte le attività in schemi fissi ed angusti”.5 Nell’ancora Heiddegeriana aver cura della capacità abitativa potremmo associare quell’ ideale dell’equilibrio Mumfordiano come base sociale dell’ordine urbano.

Ma in Mumford la città non è puramente città cosa, è un campo di azione e reazione; possiamo allora comprendere come la “raison d’etre” dell’aA é tutta incentrata, collocata, nella questione/dimensione della rinnovabilità;

una dimensione che interessa l’uomo nella sua interezza: l’aA è tale non perché ad esso si possa riferire una precisa pratica o abilità professionale, così pure una precisa conoscenza disciplinare; queste per l’architetto in fieri costituiscono un tremendo pericolo di cristallizzazione. Tutto si gioca sul come : si può condividere la posizione di Mumford riguardo alla necessaria capacità di autosufficienza e di cooperazione quale aspetto necessario alla realizzazione di un ideale di equilibrio ma nel riconoscere altresì come presupposto una maggiore capacità di adattamento la questione della rinnovabilità in termini di progettualità archi-urbana deve spostarsi necessariamente sul piano qualitativo degli strumenti di intervento ontologicamente propri dell’aA; come prendere le misure di “quadratura”?

Non ci si arresta in ogni caso ad una semplice morfologia politica se:

” …l’individualità e l’iniziativa devono venir staccate dai nessi storici col capitalismo privato; esse devono venir favorite quale contrappeso, proprio nel momento in cui molte delle funzioni tecniche della vita moderna sono trasferite, se così si può dire dal cervello al midollo spinale ….”? 6 La mediocrità dunque del risultato non può a mio avviso risolversi esclusivamente in una doverosa intersezione con le scienze sociali [Signorelli (Ferrarotti)] ma fondamentalmente in una costante e dinamica (ansiosa!) tensione di rinnovamento dei propri strumenti di quadratura, che sono strumenti dell’uomo architetto e che, repetita, per l’architetto autentico, aA, non sono di certo quelli di chi secondo l’etichetta Signorelli-Caniglia si limita a “…ritenere lo spazio razionalmente divisibile e configurabile…” Strumenti apparenti giacchè, per quanto tali, posseggono una loro autonomia sono in un certo senso anch’essi cose, luoghi, hanno una capacità generativa seppure, limitata, propria…

Michela Rosso e Paolo Scrivano che curano l’edizione italiana più recente di Culture of the City scrivono:

“Ciò che interessa le elìte urbanistiche italiane raccolte intorno all’Inu e alle diverse istanze che Urbanistica finisce per convogliare all’indomani della seconda guerra mondiale, è il progetto politico sotteso a quel libro: la definizione degli strumenti della pianificazione come espressioni non neutrali di scelte politiche in antitesi con una idea di piano come mero strumento tecnico indefinitamente adattabile al raggiungimento di obiettivi e allo sviluppo di strategie economiche e sociali variabili nel tempo. Se appare, come si vedrà, quasi congiunturale la fortuna di Culture of the City per gli urbanisti ( pur con tutte le differenti accentuazioni), diversa e più complessa appare la fortuna del libro presso gli scienzati sociali. Il testo di Mumford si colloca all’origine di una sociologia urbana italiana che vede in esso quasi il prototipo di una scienza sociale militante, capace di comunicare con un pubblico vasto ma anche in grado di veicolare quei messaggi etici che unificavano, al di là di discriminanti fortemente ideologiche fortemente sentite, una professione che stava definendo proprio allora i suoi saperi.” 7

Propriamente in una visione esistenzialista, in una visione autentica, le cose sono i luoghi, le cose emanano, ci si chiede dunque se l’insuccesso di una operazione come quella del piano Ina Casa, quale progetto di comunità, possa essere dipeso, ascritto effettivamente ad una mancanza di capacità di abitare di coloro che recepirono il progetto, almeno così come prospettato nel testo di Caniglia- Signorelli . 8

Pedagogia delle cose ,pedagogia del disagio: se per Heidegger lo sradicamento è una condizione che innesca, attraverso la riflessione su di esso,una pedagogia dell’abitare: “… non appena l’uomo riflette sulla propria sradicatezza, questa non è più una miseria. Essa invece considerata giustamente e tenuta da conto, è l’unico appello che chiama i mortali all’abitare.” 9, per gli stessi dirigenti del Servizio sociale del piano Ina-Casa [note 23 ,24; pp.200/201 Caniglia-Signorelli]: “… Lo sradicamento dell’ambiente porta alla depressione morale e culturale – cioè al materialismo pratico – e si allaccia al disinteresse per l’istruzione e l’educazione dei figli.” “[…] la differenziazione interna è grandissima ed essa influisce direttamente sul formarsi di quella vita collettiva che la stessa organizzazione urbanistica, edilizia e demografica dei complessi sollecita e richiede”.1o Ora l’aA è chiamato ad intervenire sulla città di Pescara ed è chiaro che non si porrà mai la questione su quale precostituita verità dovrà consegnare ai mortali pescaresi : la Capanna di Laugier? La casa contadina della Foresta Nera? Un ” frigidaire” [Rogers cit.] ? Il sobborgo Junkers? La Generic City ? Qualsiasi modello a cui fare riferimento risulterà per Lui inadeguato, perché il modello è già nella città, è la città stessa di Pescara o qualunque altra città essa sia !

Il progettista ingenuo applicherà comunque un modello esterno, precostituito dunque astratto, e con molta convinzione, magari perché plagiato (quindi nobilmente autorizzato…) dall’ Immeubles Villa lecorbusierana, piuttosto che dalla città giardino di Howard, o quella dei bit, o quella generic …… o magari perché il modello che sostiene è quello che sembra essere più adatto ad una particolare lotta di classe[!]; la sua sarà comunque una risposta fallimentare in quanto atopica.

L’aA , invece, legge magari Agostino Renna oppure il lavoro più recente di Cristina Bianchetti, oppure molto altro ancora, da Lefebvre ad Ilardi passando per Lynch e Venturi, scende quindi attore e spettatore in quel mumfordiano campo di azione e reazione che è la città di Pescara: questa sua discesa è propriamente una peregrinazione, è la peregrinazione dell’ architetto flaneur, il suo mito è Water Benjamin….

Il progettista ingenuo, semplicemente il progettista, (ma indistintamente pure tutti coloro che si sentono a lui avverso perché vedono solo nel conflitto l’affermazione e la riconoscibilità delle proprie posizioni/esistenze professionali, disciplinari, politiche, corporative, etc. …) troverà una giustificazione del fallimento nella incapacità di abitare del pescarese che, a suo avviso, ignora il concetto di comunità, di vita in comune, il concetto di quartiere, di bene pubblico,di rete, di mobilità nella stessa rete, di prossimità, ovvero perché non è un self-made man, non ha spirito imprenditoriale, non è in grado di speculare a livello finanziario (!), oppure ancora è laico anziché religioso, idealista anziche pragmatico, di sinistra piuttosto che di centro o di destra…

Ancora, ancora e in modo pure più volgare: questo pescarese, per l’algido progettista, è incapace di abitare perché rifiuta balconi larghi 120cm di ridolfiana manualistica e se gli si offre diversamente una terrazza, prima o poi inesorabilmente la chiuderà trasformandola in una veranda, che in ogni caso difficilmente avrebbe acquistato sin dall’inizio; lui ama il balcone largo “cm 222,222” ideale, perché adatto, e al tempo stesso per lui non oltremodo impegnativo, a cuocere i suoi amatissimi arrosticini abruzzesi che con un buon bicchiere di Montepulciano alieteranno le sue estive serate in compagnia dei suoi amici. Comprenderete, cari amici, che io non stia perdendo la bussola del discorso perché queste osservazioni, questi sguardi si possono ulteriormente estendere di grado, ed articolarsi: “[…] ricalco e sovrascrittura delle pratiche abitative. Ricalco laddove gli elementi della tradizione permangono a mostrare come le diverse forme dell’abitare in questa città mantengano un riferimento importante negli habitus, nelle consuetudini, nelle reiterazioni volute o non volute di modi di fare inscritti nei comportamenti, nelle consuetudini che ci si porta dietro quasi senza esserne consapevoli […] un sapere passivo […] La città adriatica è un paesaggio traslucido alla tradizione, al ricalco, agli habitus. Sovrascittura invece si ha quando si cambiano le cose[…]negli edifici dei tessuti centrali, adattati a luoghi di abitazione o commercio a opera di popolazioni immigrate[…]in punti ben definiti, lungo tutta la città adriatica centrale, laddove si aprono due o tre negozi nel giro di pochi mesi…..

Densità delle pratiche che accumulano cose e spazi diversi nel lotto[…]aspetti apartire dai quali è possibile incominciare a osservare l’abitare come campo di un arte pratica […] ”un’economia del luogo proprio” come massimizzazione del capitale materiale e simbolico che costituisce essenzialmente il proprio individuale patrimonio, ma anche come sviluppo del corpo individuale e familiare che genera spazio[…] una lontananza dai modelli comuni”.11

Abbiate cari amici ancora un po’ di pazienza e sentite cosa dice nel 1988 Giancarlo De Carlo, intervistato da Francesco Karrer, a riguardo di questo concetto essenziale di habitus che ovviamente aveva già ben chiaro ma che riusciva pure a riferire, e quindi ad estenderlo, in chiave politica e ad una logica di rete: “…l’idea generale della città non può essere definita per punti, ma per vettori che insieme formano un grafo variabile, con vertici e spigoli che cambiano posizione senza mai compromettere la coerenza dell’insieme. Dopodichè nelle concavità o convessità della figura che muta, dentro il quadro generale, si può procedere per progetti puntuali. E a questa scala non si possono più ignorare le volontà delle comunità locali che anche se non sono chiamate a decidere finiscono con l’essere coinvolte con gli effetti delle decisioni: nel senso che consentono o sono contro, e nel secondo caso non c’è più possibilità di manutenzione: l’indecenza ambientale diventa inevitabile.

Questo vale in particolare per le attrezzature di carattere collettivo- la retedeiservizi minori che si salda con la rete primaria delle infrastrutture- dove la collaborazione delle comunità locali è la condizione più importante del successo.”12

Dunque: per le città non esistono prestabiliti modelli di configurazione….

Nei modelli non c’e l’uomo……

Nicolas Sarkozy ( sì! Proprio Lui!): “La ricerca della bellezza architettonica è una sfida al più alto grado culturale ed umanistico. In passato, spesso l’inferno (ndr:?) era lastricato con le migliori intenzioni. Si può rammaricarsi ad esempio degli eccessi del funzionalismo, sinonimo di frammentazione degli spazi in zone abitative e produttive… E quest’ ideologia si ravvisa tuttora nel modo in cui vengono concepiti i documenti urbanistici: Io mi auguro dunque che le regole edilizie ed urbanistiche lascino più ampi margini alla scelta dei mezzi per conseguire gli obbiettivi: siamo arrivati ad un limite massimo in fatto di vincoli, ma in questo modo si finirà per soffocare ogni creatività, ogni possibilità innovativa.

È venuto il momento di tornare ad una architettura umana, sensibile, creativa, attenta alle caratteristiche di ciascun territorio, alle abitudini di vita delle popolazioni, alle particolarità del clima e dei paesaggi naturali… A una architettura che parta dall’analisi del reale per inserirvi una forma , invece di calare sulla reltà uno schema prestabilito…”13

fig.3: Wilhelm Jacob Hess, Selman Selmanagic: planimetria del sobborgo Jungers, 1932

[Magdalena Drosde- Bauhaus Archiv TASCHEN 2006]

fig.4: Villaggio africano degli allevatori Karamogion (Uganda del Nord)

[EugenioTurri - Marsilio 1988]

fig.3: La costruzione del Territorio: tentativo di rappresentazione diagrammatica

Nell’Esserci, nelle cose, dunque nei luoghi mi chiedo se possa, e a che grado di costo sociale, pure ricomprendersi, in quanto atto di emanazione, quel principio, legge di conservazione della specie che Giancarlo de Carlo pone a fronte della impossibilità di generalizzazione configurativa: “[…]In comune le città hanno tratti iniziali del processo di formazione, qualche struttura figurativa (le configurazioni sono sempre diverse) e molti fenomeni degenerativi. Direi che , in senso normativo, la sola categoria d’interventi che si può generalizzare è quella che si riferisce ai provvedimenti che si dovrebbero prendere per arrestare la degenerazione. Questi provvedimenti difficilmente verranno presi, ma le città sono un fenomeno antropologico soggetto alla legge di conservazione della specie. Non saranno i provvedimenti politico-amministrativi ma la volontà di sopravvivenza degli umani a salvarle.(…)”.14

continua…

note [whip!]:

1. CHRISTIAN NORBERG-SCHULZ Genius Loci, Paesaggio Ambiente Architettura

Millano, 1979

2. MARTIN HEIDEGGER Costruire abitare pensare trad. it. In Saggi e discorsi Milano ,1976

Pure in Lotus n°9 pp 38-43 Milano, 1975 [!!!trad quadratura=quadruplicità]

3. Ibid. …

4. NICOLA EMERY Progettare, costruire, curare , Bellinzona 2007

5. LEWIS MUMFORD La cultura delle città Torino 2007

6. Ibid. ….

7. Ibid. …

8. PAOLA DI BIAGI (a cura di) La grande ricostruzione Il piano Ina Casa e l’Italia degli anni ’50 Roma 2001

9. MARTIN HEIDEGGER , op.cit.

10. PAOLA DI BIAGI, op.cit.

11. CRISTINA BIANCHETTI Abitare la città contemporanea, Milano 2003

12. DOMUS 695 Architettura Urbanistica Società , Milano giugno 1988

13. NICOLAS SARKOZY Architetti, tocca a voi rifare il mondo in “La Repubblica”mercoledì 19 settembre 2007, p.29

14. DOMUS 695, op.cit.

15. …….

[…..ciao prof, ciao ragazzi tutti, a presto… perdonatemi gli errori, le omissioni…..

Chi di voi ha per caso notizia dei quaderni della fondazione olivetti in particolare del n°39? ]

Benito Giacomodonato


venerdì 25 settembre 2009

Hipotecadora

Questo è per avere una idea delle condizioni in cui stiamo messi e della necessità dell'housing:::

http://www.derivart.info/lab/hipotecadora/#

[provate con Barcellona che ha, più o meno, gli stessi costi al metro quadro di Pescara]

un saluto!
sara a_

giovedì 24 settembre 2009

fb!!

su fb si trovano anche cose interessanti!!http://www.facebook.com/photos.php?id=1393811770#/album.php?aid=2009038&id=1393811770 ho trovato questo libro della stessa collana di idensity (a+t) sto cercando su emule di scaricarlo, sperando che non sia un falso...magari qualcuno riesce a rintracciarlo in altro modo (confido in michele :D )

martedì 22 settembre 2009

Condivisione blog

Ciao,
entro stasera vi invierò la mail con l'invito per condividere il blog, così potrete "postare" e allegare le immagini della revisione.
A più tardi
Francesca

giovedì 17 settembre 2009

materiali revisionati

Nella pagina allegati del sito, troverete i materiali delle revisioni di martedi.
Per la prossima settimana propongo di fare così: dopo la revisione ognuno può postare direttamente sul blog le immagini più significative. Se c'è bisogno di allegare file pesanti usiamo il sito (è possibile allegare 10 M alla volta).
Se avete suggerimenti in proposito, ok!

Una cosa però mi sembra importante da fare: tutti coloro che hanno iniziato l'anno scorso, potrebbero raccogliere i materiali della propria strategia (cartografia, catasto delle aree ecc.) in una cartella, in modo da poterli fornire ai nuovi laureandi e, allo stesso tempo, fare un pò di ordine.

Ciao
Francesca

lunedì 14 settembre 2009

welcome

Benvenuti nel blog del Laboratorio di laurea Housing Pescara.
Buon lavoro a tutti!